Più nonni, meno bebè

Non è importante aggiungere anni alla vita, ma vita agli anni.
 
L’ultimo rapporto annuale Istat è relativo all’anno 2022: si è toccato il picco minimo di nascite (393mila), per la prima volta dall’Unità d’Italia sotto le 400mila unità.
 
Meno fertilità per le donne, che peraltro partoriscono ad un’età media più avanzata rispetto al passato: 32,4 anni rispetto ai 31 del 2010. L’occupazione femminile non è l’unico deterrente alla maternità, si assiste ad ogni modo ad un progressivo cambio del costume, soprattutto nel Nord Italia, ove la tendenza alla denatalità si può riassumere in “un figlio per ogni coppia”.
 
Per contro aumenta la fascia di popolazione in età più avanzata: gli ultra 65enni costituiscono il 24% della popolazione; gli ultra 80enni il 7,7 percento.
 
Nel 2022 gli ultracentenari censiti – prevalentemente donne – sono circa 22 mila (2 mila in più rispetto all’anno precedente). Gli scenari demografici prevedono un costante aumento dei grandi anziani ed una situazione sempre più sbilanciata, da vari punti di vista, verso la Terza Età.
 
Si stima addirittura che nel 2050 in Italia ci saranno 3 over65 per ogni under14, meno di un bambino per tre anziani.
 
Siamo diventati più longevi, questo è un dato di fatto, e non per forza uno svantaggio: è essenziale accrescere non solo il tempo di vita, ma soprattutto la durata della vita sana, e comunque attiva e dignitosa anche nelle fasce di età più avanzate, per non gravare in modo significativo sui costi del sistema sanitario del Paese.
 
Il nostro Paese non può dirsi ancora così preparato ad accogliere e gestire programmi di adeguata prevenzione delle patologie più frequenti e associate alle abitudini di vita, e non ha ancora sciolto alcuni nodi relativi al sistema pensionistico, che in proiezione dovrà sostenere molti più utenti in quiescenza a fronte di un numero sempre più esiguo di persone in età lavorativa.
 
Anche sul piano dell’occupazione, si assiste ad una staffetta al contrario: i giovani faticano ad inserirsi in modo stabile, e si registrano sempre più pensionati che continuano a lavorare, anche fra le fasce più abbienti, imprenditori, professionisti, commercianti; fra questi, il 75% sono uomini, il 66% risiede nelle Regioni del Nord. Il 45% dei pensionati al lavoro supera i 70 anni.
 
Un dato particolare è rappresentato dai sanitari: la carenza di medici ed altri operatori del settore ha spinto le istituzioni ad estendere il loro termine di pensionamento, oltre il quale rimangono aperte le porte della libera professione nelle strutture private o accreditate.
 
L’invecchiamento non è più dunque da considerare un costo sociale, ma una vera e propria opportunità; nelle famiglie la presenza di un pensionato è fonte di reddito e di stabilità, e, ove possibile, i nonni fungono da ammortizzatore sociale per le nuove e nuovissime generazioni. 
 
Certamente il mondo della Terza Età rappresenta anche un business; si stima in quasi 300 miliardi di euro (2,5% del PIL) il valore dei potenziali consumi della cosiddetta “silver economy”, indirizzati non solo al farmaceutico-finanziario ma anche alla casa, alla tecnologia, all’alimentazione, all’intrattenimento, al turismo, al tempo libero.
 
Rispetto agli anziani del passato, limitati alla vita familiare e a un orizzonte di paese, la categoria silver di oggi è propensa a viaggiare, divertirsi e a spendere, detiene infatti la maggior parte della ricchezza, intesa come patrimonio mobiliare e immobiliare, stimato in media in 297mila euro, pro-capite, per un totale di oltre 4 mila miliardi.
 
I servizi finanziari ed assicurativi stanno dunque da tempo esplorando questo mercato, propenso a valutare possibilità di risparmio, e pacchetti lungimiranti rispetto al futuro individuale, della coppia e dell’intero sistema familiare.
 
I giovani nonni rappresentano dunque un gruppo socio-economico significativo e in crescita, salvaguardarli non è solo un’attitudine affettiva o un valore morale, ma anche … un buon affare!
 
 
 
 
Tratto da: Dentrocasa marzo 2024