Se cambia la musica…

Il “suono italiano” fa la differenza e non possiamo permetterci di perderlo.
Uto Ughi, tratto da “Quel Diavolo di un trillo”

 

Sono un’ottantina in tutta Italia i Conservatori pubblici e gli Istituti musicali parificati, in cui si diplomano ogni anno circa 14 mila giovani, che frequentano i corsi accademici, recentemente assimilati ai tradizionali percorsi di laurea.L’Italia è da sempre una fucina di artisti e musicisti senza eguali, e al contempo si registra un sempre maggior numero di studenti stranieri (1 su 10), in prevalenza cinesi, che si formano nelle nostre strutture scolastiche ad indirizzo musicale. Nel curriculum è presente non solo la musica classica, ma anche la contemporanea, il jazz e la musica elettronica, in ottemperanza ai più moderni standard formativi europei e statunitensi.

Un motivo di orgoglio, forte di una tradizione secolare di grandissimi compositori e di rilevanti artisti, un patrimonio che tuttavia rischia di essere mortificato dall’inerzia delle istituzioni. Da anni solo il 15% circa del Fondo unico per lo spettacolo, gestito dal Ministero preposto alla tutela dei Beni culturali, è destinato al comparto musicale; negli ultimi decenni si è assistito ad una rilevante riduzione del numero di orchestre sinfoniche e alla diminuzione degli organici; si organizzano meno spettacoli e molti Teatri e Fondazioni musicali - sopravvissuti alle crisi, ai restauri e alle chiusure - sono presieduti e diretti da non addetti ai lavori.

Il sistema formativo è estremamente frammentato, l’ultima riforma compiuta risale al 1999, e si sono succedute norme parziali e non completamente attuate. Ai diplomi tradizionali, nei Conservatori si affiancano altri titoli, con un sistema 3+2 simile a quello degli atenei tradizionali. Si integra poi l’offerta preaccademica con le scuole medie e i licei ad indirizzo musicale, che sono comunque poco rappresentati e consentono scelte limitate in termini di contenuti.

E’ noto che un più precoce inizio dello studio di uno strumento migliora il risultato artistico nel lungo termine; la carenza di ambienti formativi strutturati obbliga i ragazzi e le famiglie a studi privati, dispendiosi e poco specifici.

Tantissime scuole sovrapposte fra loro, pochissimi posti di lavoro: un’equazione che trascina nella disoccupazione o, nel migliore dei casi, nel precariato, la maggior parte dei giovani diplomati. Migliaia di musicisti non possono dunque mantenersi con la propria arte, devono ripiegare su altri lavori, suonando saltuariamente e relegando ai margini la loro passione e il loro percorso di studi.

La latitanza del sistema che, al di là dei proclami, non incoraggia le inclinazioni dei giovani e non favorisce percorsi professionali in linea con la cultura e la tradizione del Paese, oltre a rappresentare una perdita di valori si traduce in mancate opportunità di business.

Anche il settore discografico ha dovuto cambiare modello per sopravvivere: l’accelerazione tecnologica e la digitalizzazione delle informazioni permettono di copiare e condividere qualsiasi brano senza costi addizionali e con lo stesso livello di qualità. La tecnologia contrasta la normativa sulla protezione del diritto d’autore ma la prassi ha superato la regola e oramai i “nativi digitali”, grandi fruitori dei prodotti musicali di diversi generi, sono abituati a tali pratiche e non le percepiscono come un reato.

L’intera filiera produttiva dell’industria musicale ha dovuto dunque cambiare pelle: produttori di strumenti, autori, compositori, esecutori, editori, distributori, imprese radiofoniche e televisive, organizzatori di concerti. L’esperienza “fisica” si riduce, a favore della fruizione virtuale dei contenuti. Più capillare e più commerciale, l’offerta incrocia la domanda e diventa globale e globalizzata.

Può essere questo un nuovo punto di partenza, che sviluppi altri segmenti di business ed altre professionalità, con la consapevolezza che nulla può sostituire l’emozione della buona musica ascoltata in un teatro o un luogo speciale.

Un impulso significativo può derivare dai fondi PNRR, che presentano alcune componenti specifiche da dedicare alla cultura, ed una sezione chiamata “Next generation EU”: la Missione 1 del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è denominata “Digitalizzazione, Innovazione, Competitività, Cultura e Turismo”, e presenta in particolare la componente 3 dedicata alla “rigenerazione del patrimonio culturale e artistico”, con un ammontare pari a 6,68 miliardi di euro da destinare, fra il 2021 e il 2026, a progettualità specifiche. L’attenzione ai giovani, attraverso lo studio e la riscoperta delle nostre storiche tradizioni artistiche, non può che essere la priorità in un Paese che creda nel proprio futuro e investa sulla formazione, sulla meritocrazia e sul talento delle nuove generazioni.

 

Tratto da: Dentrocasa febbraio 2023