Accesso alle cure, carenza di operatori, territorialità e telemedicina: nuove sfide e nuovi bisogni
Il recente report della Fondazione GIMBE (autorevole gruppo di studio italiano per la medicina basata sulle evidenze), presentato a ottobre presso la Camera dei Deputati, evidenzia tagli “invisibili” alla Sanità pari a 18,8 miliardi di euro dal 2023 al 2026, triennio successivo alla pandemia.
L’età media degli italiani dal 2010 è salita (da 43 a 47 anni circa), e di conseguenza la necessità ed il costo delle cure, ma il nostro Paese rimane stabilmente l’ultimo, fra i Paesi appartenenti al G7, per spesa sanitaria pubblica pro capite. I dati previsionali del prossimo triennio 2027-2029 non sono peraltro confortanti e rappresentano infatti ulteriori tagli a fronte di un progressivo ulteriore invecchiamento della popolazione. Guardando al prossimo decennio, i numeri sono eclatanti: il 50% dei medici oggi in servizio andrà in pensione e gli over 80 raddoppieranno.
Il Servizio sanitario pubblico arretra e avanza il settore sanitario privato: un tempo occupava una nicchia, ora è un’infrastruttura necessaria, cui si rivolgono i singoli pazienti, accedendo a prestazioni a pagamento che garantiscono analoghi standard assistenziali ed un più agevole e tempestivo accesso a visite e diagnostica.
Il nostro sistema, un tempo mutualistico e completamente finanziato dallo Stato, con partecipazione alla spesa da parte dell’utente, si sta avvicinando pericolosamente a quello americano, che prevede l’assistenza gratuita di minima per le fasce più deboli della popolazione, lasciando a carico diretto dei cittadini l’acquisto delle singole prestazioni, con rimborso successivo da parte delle assicurazioni.
In questo contesto, nel nostro Paese aumenta il tasso di rinuncia alle cure, che nel 2024 ha interessato quasi 6 milioni di italiani: i tempi di attesa del pubblico, i costi del privato e la distanza geografica dalle sedi, ospedaliere ed ambulatoriali, hanno indotto tanti nostri concittadini a non soddisfare i propri bisogni di salute.
L’altra tendenza preoccupante che non si riesce ad invertire è la carenza di medici ed operatori sanitari, in particolare in fuga dal pubblico: in Italia operano 5,8 medici ogni 1.000 abitanti, ma il 26% di sanitari opera al di fuori del sistema sanitario nazionale, che non appare più attrattivo né in termini di remunerazione né in termini di qualità del lavoro.
Fondamentale attivare processi efficienti e indirizzi chiari al paziente, fra strutture ospedaliere e territorio. Anche qui si accentuano le criticità, si stima infatti un deficit di circa 5.700 medici di medicina generale e di circa 500 pediatri; le Regioni Piemonte, Lombardia e Veneto sono meno impattate dal problema, che è invece molto più accentuato al Sud.
Cronica anche la carenza di infermieri, che si avvicina al -30%: in Italia operano 6,9 operatori ogni 1.000 abitanti, contro la media OCSE di 9,7. Un infermiere su cinque opera fuori dal sistema pubblico, ove si registrano retribuzioni inferiori del 27% rispetto alla media europea.
Per fronteggiare queste difficoltà, affrontare i temi sociali chiave emersi negli ultimi anni, quali la necessità di prevenzione e il progressivo invecchiamento della popolazione, il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) ha stanziato ingenti risorse economiche, che sono state indirizzate proprio a rafforzare i presidi sanitari territoriali, tramite nuovi Ospedali di comunità e Case della comunità, e a promuovere la digitalizzazione, sia nell’ambito delle attività assistenziali e diagnostiche, sia per supportare e raggiungere i pazienti cronici, in particolare nei territori più lontani e disagiati.
Le progettualità devono essere affiancate da percorsi specifici, a partire dalla formazione universitaria dei medici e degli operatori sanitari (che ad oggi prevede ancora numeri chiusi e stringenti per l’accesso agli studi), sino a garantire stipendi e incentivi adeguati che trattengano e valorizzino i profili migliori, a beneficio del paziente-cittadino e della collettività.
Tratto da: Dentrocasa novembre 2026





