Facciamo il punto sulla sostenibilità: gli obiettivi sovranazionali dell’Agenda 2030 sono alle porte
A dieci anni dalla definizione dell’Agenda 2030 per la sostenibilità, sottoscritta nel 2015 da 193 Paesi delle Nazioni Unite, e a cinque anni dal traguardo, non possiamo dirci soddisfatti.
Nonostante il chiaro indirizzo del legislatore comunitario e la netta aderenza delle Istituzioni di tutti i Paesi membri ai dettami europei, i dati non sono confortanti. La riduzione della fame, il contrasto al cambiamento climatico, l’aumento dell’istruzione e della salute, la parità di genere sono alcuni degli ambiti chiave presidiati dai 17 Obiettivi detti SDGs (Sustainable Development Goals), circostanziati da indicatori e target.
Sul fronte dell’ambiente, ad esempio, per rispettare il target di riduzione della temperatura globale di 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali, le emissioni dovrebbero ridursi del -55% entro il prossimo quinquennio. Per quanto concerne la lotta alle disuguaglianze, si propone un aumento del 40% del reddito della popolazione più povera, parametro da mantenersi nel tempo.
La verità è che siamo molto distanti da questi (e dagli altri) target e il tempo stringe.
Quale è dunque l’indirizzo strategico da parte delle istituzioni per accelerare il cambiamento? Coinvolgere in primis le aziende, a partire dalle grandi organizzazioni fatte di persone, come motore di una nuova cultura più inclusiva e sostenibile.
E, ancora una volta, ad orientare i comportamenti interviene la norma: la Direttiva Europa CSRD del 2022, recepita lo scorso anno dal nostro Paese, estende nel 2025 a una platea di circa 50mila grandi aziende (erano solo 11 mila le aziende precedentemente sottoposte a tale normativa) l’obbligo di rendicontazione di sostenibilità. Le grandi imprese a loro volta risultano responsabili delle emissioni dirette (scope1), indirette (scope2) e di filiera (scope3), coinvolgendo dunque anche le realtà industriali e di servizi con cui collaborano lungo la catena del valore: si stimano oltre 2 milioni di aziende europee incluse nella progettualità sostenibile.
Da un lato la resposabilità sociale, dall’altro il profitto, passando attraverso nuovi indicatori di valutazione dei rischi ambientali, potenzialmente generati dall’impresa, attivando processi di governance più strutturati, a tutti i livelli, iniziative di welfare verso i dipendenti, attenzione al territorio e ai suoi bisogni. La rendicontazione di sostenibilità, che deve rispettare specifici requisiti e parametri tecnici (gli standard internazionali più seguiti sono denominati GRI – Global Reporting Iniziative, e sono stati recentemente rivisti dall’ente tecnico EFRAG), consente di comunicare con trasparenza i progetti messi in atto nella propria azienda e i risultati raggiunti.
Insieme alla relazione sulla gestione (parte del bilancio fiscale dell’impresa) viene pubblicata e resa nota a tutti gli stakeholders dell’impresa.
Ampliare il novero delle imprese coinvolte, e con loro i dipendenti, fornitori, clienti, partner, comporterà inizialmente un aggravio di attività per le stesse, con il fine ultimo di sensibilizzare dalla base individui ed organizzazioni più o meno complesse.
Personalmente suggerisco di avviare, eventualmente con il supporto di un consulente esperto, un percorso all’interno dell’azienda che non contempli soltanto la compilazione di report e indicatori, ma guidi e monitori l’attività di un Comitato di sostenibilità cui partecipino le diverse funzioni aziendali (dagli acquisti alla produzione, dal commerciale alla comunicazione): alla fase di analisi e di “stato dell’arte” rispetto ai processi e ai potenziali rischi, dovrebbe seguire la definizione e l’implementazione di un piano di lavoro ESG (Environment, Social, Governance).
Mese per mese, anno per anno, le buone pratiche sostenibili consentiranno di mitigare i rischi, misurare gli impatti e migliorare le performance.
Il 2025 sarà dunque un anno fondamentale, uno spartiacque significativo in materia di pratiche e realizzazioni sostenibili: non dimentichiamo che anche le 6 missioni del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), il cui orizzonte termina nel 2026, riprendono le tematiche di competitività e inclusione, per salvaguardare e stimolare il benessere di cittadini, imprese, territori.
Tratto da: Dentrocasa Febbraio 2025





